October 2008


Siena, città bellissima, una perla in Toscana, in Italia.

Città ricca, con la sua antichissima università, con la sua antichissima banca.

Cosa ne resta? L’università è sull’orlo della bancarotta. Sedi distaccate, amministrazione elefantiaca, soldi sprecati…? Mah? Nessuno si spiega il buco di milioni di euro. Si chiuderanno dei corsi? La ricerca sarà la più penalizzata? Probabile, come sempre. Basterà per salvare i posti di lavoro in amministrazione, o per salvare i figli, le mogli, e gli amici degli amici che per anni hanno rosicchiato posti di lavoro a dritta e a manca? Forse pagheranno anche un po’ i senesi che per anni hanno offerto agli studenti posti letto in nero a 400 euro in singola, a 250 in doppia. Senza contare che l’università riceve pure donazioni dalla Fondazione del Monte. Pare 9 milioni di euro (si dice qui).

Già la Fondazione non sta meglio, pardon il Monte dei Paschi via. Qualche anno fa, Barbacetto riportò in un divertente articolo gli intrighi che giravano intorno alla storica banca di Siena (qui e qui). In pratica si racconta di come il Monte abbia detto NO alla famosa avventura di Consorte ed Unipol. All’epoca, pareva che i senesi avessero qualche accortezza. Poi non si sa come, anche la banca della piccola città decise di lanciarsi in grandi acquisti. 

Il manifesto dedicò la sua copertina al fatto: Abbiamo una Banca (l’articolo è qui), era il novembre del 2007, e Galapagos del Manifesto scriveva: “E’ nata ieri una grande banca democratica. Nel senso di Partito democratico: l’azionista di riferimento sono i Ds. La nuova banca nasce con l’acquisto da parte del Monte dei Paschi di Siena dell’Antonveneta. Ricordate il «facci sognare» – ancorché ironico – con il quale telefonicamente D’Alema accolse la notizia fornita da Consorte che l’Unipol era in procinto di comprare la Bnl? Quell’affare fallì e le code giudiziarie non mancano. Però il sogno si è realizzato. Ora anche la sinistra ha una sua superbanca e per di più inattaccabile perché, dicono gli esperti, il Monte dei Paschi non è «contendibile»: l’azionista di maggioranza (la Fondazione Montepaschi) ne ha un controllo quasi assoluto fino a quando il comune di Siena rimarrà (auguriamoci a lungo) nelle mani della sinistra senese targata D’Alema.”

Il grande acquisto era (è) la banca antonveneta. 9 miliardi di euro. Cosa ne è stato? mah…i grillini di Siena non sono troppo felici (qui). Dicono che il monte si sia troppo indebitato, che abbia pagato antonveneta più del doppio del suo valore, che Siena sia alla canna del gas. Ora il Monte cerca soldi (qui), ma di questi tempi tira una brutta aria, le banche non sono proprio in buone acque…chi salverà Siena? Forse qualche fondo sovrano venuto dal Medio Oriente? CHi lo sa…

Nel fattempo vedo in TV il discorsone di Veltroni in piazza, parlando della crisi finanziaria cita Samuelsson: “Il percorso che ci ha portato a questo punto è esattamente lo stesso, una ricetta diabolica di avidità, indebitamento, speculazione, laissez-faire, e soprattutto un’infinita incoscienza. ” Forse dovrebbe fare una telefonata ai diessini della Fondazione, e dirlo a loro.

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Esiste, e se lo dice Romiti …… fate vobiS.

http://video.corriere.it/?vxSiteId=404a0ad6-6216-4e10-abfe-f4f6959487fd&vxChannel=Economia%20e%20Societa&vxClipId=2524_5ecf622a-a02f-11dd-bdbb-00144f02aabc&vxBitrate=300

Dal corriere.it:

ROMA – Le sei principali banche di Wall Street, tra cui Goldman Sachs e Citigroup, ricompenseranno i loro top manager per il 2008 con stipendi e bonus dal totale di oltre 70 miliardi di dollari. Lo scrive oggi The Guardian. Questo nonostante il governo di Washington abbia stanziato 700 miliardi di dollari nel suo piano di salvataggio delle banche, ponendo come condizione proprio il taglio degli stipendi d’oro. (Agr)

Perché qualcos ami dice che in Europa e pure in Italia sarà la stessa zuppa?

Come si diceva nel post precedente (qui) ecco la libera traduzione del messaggio di Le Persan (i riferimenti all’economia francese ad ogni modo, non sono di pregiudizio alla valutazione generale; l’Italia non è immune, anzi, per l’Italia forse è pure peggio visto il suo debito pubblico enorme).

Per chi non avesse voglia di leggerselo tutto il messaggio è questo: il gruppo del G7 ha studiato soluzioni finanziarie per riparare i danni fatti dalle banche. Tali soluzioni si fondano su una ricetta semplice: usare il denaro pubblico per metterlo in istituti finanziari partecipi di un sistema malato destinato alla morte. Non solo questa soluzione è discutibile eticamente (premiare chi ha sbagliato) e scellerata dal punto di vista economico (aumento del debito, taglio a salari e servizi, aumento della pressione fiscale), ma non comprende nessuna garanzia, né piani di aiuto per salvare invece l’aconomia reale (cioè la produzione, cioè i posti di lavoro, cioè il reddito del ceto medio, quello che alla fine fa girare l’economia perché consuma di più). Queste soluzioni scellerate, non faranno che esacerbare la recessione in cui siamo entrati, e ci porterà dritti dritti verso una depressione (peggiore di quella 29 perché ancora più globalizzata). I politici quindi, non stanno facendo il loro mestiere: cioè trovare soluzioni ai problemi ben più gravi che ci aspettano nei prossimi mesi e anni. Lo sfacelo che ci aspetta sarà terreno fertile per i populisti. La repubblica di Weimar e l’ascesa del nazismo, pare che non abbiano insegnato nulla.

Traduzione: “Il susseguirsi degli eventi a catena, di natura sociale ed economica è semplice: Blocco dei crediti […], riduzione delle commesse e della produzione, fallimento delle piccole e medie imprese (PME), licenziamenti massicci nella grande industria, crescita della disoccupazione, in un contesto di riduzione degli indennizzi di disoccupazione, pressioni affinché si accettino lavori precari e dequalificati, impoverimento dei salari più bassi e delle pensioni; caduta del reddito relae delle classi medie in seguito al blocco dei salari e alla pressione fiscale finalizzata a pagare il crescente debito, necessario a riparare i danni del settore finanziario. Il dramma sociale ed i drammi umani che questi generano sono già sufficientemente chiari affinché si possa vedere cosa succederà in un contesto di crisi così acuta. Anche il conseguente effetto economico sarà enormi: ossia, una brusca contrazione della domanda  solvibile. Nonostante le nazionalizzazioni e capitalizzazioni delle banche, e la stabilizzazione delle azioni delle grandi imprese, la domanda non sarà più solvibile [= le persone non potranno più permettersi di acquistare merci], i prodotti resteranno negli scaffali della grande distribuzione, cioè darò un nuovo impulso alla spirale deflazionista [=diminuzione generallizzata dei prezzi, dovuta alla scarsa domanda di beni e prodotti]. Quali sono le risposte che i dirigenti politici possono dare di fronte ad una prospettiva del genere? Invece di focalizzarsi sulla crisi finanziaria a breve termine, quali sono le proposte per evitare la che recessione non si trasformi in una grande depressione? Non abbiamo, noi cittadini, il diritto di attenderci da chi ci governa che i dirigenti alzino lo sguardo e prendano conscienza del lungo termine, che anticipino le sfide dell’avvenire e propongano delle strategie per farvi fronte? Alcuni stimano che in un contesto culturale in cui il corpo sociale è piegato sul proprio individualismo, la depressione economica darà luogo solo ad un’ecerbazione delle angoscie individuali senza nessun effetto politico. Questa è una pia illusione, la rivolta della base repubblicana quando è stata discussa la prima versione del piano Paulson risuona come un eco a tutte le grandi paure della depressione del 1929.  Si può stimare quindi, che sia i sogni, sia i rischi del ‘Grand Soir’ [una rottura rivoluzionaria] non abbiano luogo. Ma cosa dire invece del populismo? Ha già fatto danni 70 anni fa, e nulla ci assicura che non ne faccia altri anche al presente, benché in forma diversa. Quel che è certo è che i populisti hanno il vento in poppa nei prossimi 12 mesi. L’ottimismo instrinseco alla natura umana fa in modo che il peggio non venga mai considerato come un’ozione credibile, fino al momento in cui poi arriva (a causa della mancata attenzione con cui ne abbiamo interpretato i segnali, o dell’incapacità ad imparare dagli eventi storici precedenti)  …..

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Testo originale: La réunion du G 7 vendredi 10 octobre n’a apporté aucun élément nouveau : un accord minimal s’est dégagé sur la poursuite de la perfusion du marché monétaire par les Banques centrales et la nationalisation partielle et temporaire des institutions financières qui viendraient en défaut. Ces mesures sont mises en œuvre depuis près de 6 mois pour les Banques centrales et le mouvement de nationalisation, engagé par Henri Paulson, s’est accéléré et a gagné toutes les capitales européennes depuis 1 semaine. Autant dire que combiné à d’autres mesures prises par les Etats, et non recensées par le G 7 dans son communiqué officiel, tous les instruments techniques pour résoudre les symptômes de la crise financière sont disponibles et sont utilisés. Et pourtant cela ne fonctionne pas. Comment donc ramener la confiance parmi les acteurs financiers qui ne croient plus eux-mêmes aux capacités auto-régulatrices du système qu’ils ont mis en place ? Les acteurs des marchés, qui sont malgré tout d’excellents techniciens financiers, ne croient plus à une solution technique ; ils attendent des dirigeants politiques une réponse politique. Leur offrir un catalogue de dispositions techniques, certes pour la plupart judicieuses, n’a aucun impact parce qu’elle tape à côté de la plaque. Qu’attendent donc les financiers ? La même chose que tous les citoyens : une réponse sur l’avenir qui s’annonce pour le moins inquiétant. Autrement dit, ce que tout le monde attend des dirigeants politiques est qu’ils nous disent comment ils entendent procéder pour que la récession ne se mue pas en une grande dépression. Cette attente était formulée assez nettement dans les salles de marché le 9 octobre et plus encore à la veille du G 7 le 10 octobre ; elle est latente dans le « corps social », notamment les classes moyennes qui fournissent le gros de la consommation et de la fiscalité. Or sur ce point, les dirigeants politiques occidentaux sont entièrement aphones : aucun n’a centré son discours sur la dépression qui s’annonce et comment faire pour éviter qu’elle ne se transforme en sinistre social et économique. Le message implicite de cet étonnant silence semble être que la dépression est inévitable et qu’il faudra payer les pots cassés (tel est notamment le sens du discours de Toulon de Nicolas Sarkozy). Mais s’est-on donné la peine de préciser assez concrètement ce que signifie ces « pots cassés » et quelles en seront les conséquences ? L’enchaînement économique et social est simple : blocage du crédit (les 22 milliards € du Livret Développement Durable mobilisé par le Gouvernement au profit des PME n’auront un impact qu’à la marge sur cette situation), réduction des commandes et de la production, dépôts de bilan des PME, licenciements massifs dans les grandes entreprises, accroissement du chômage dans un contexte de réduction des indemnités et de pression pour l’acceptation d’emplois précaires et déqualifiés, paupérisation des bas revenus et des petits retraités, chute du revenu réel des classes moyennes suite au blocage des salaires et à la ponction fiscale pour payer l’accroissement de la dette nécessaire à éponger les sinistres du secteur financier. Le drame social et les drames humains qu’ils génèrent sont déjà suffisamment clairs actuellement pour qu’on voit bien ce qu’il adviendra dans un contexte de crise aiguë. L’effet économique induit sera tout aussi redoutable : il conduira à une brusque contraction de la demande solvable. Les Banques auront beau avoir été recapitalisées par les nationalisations et le cours des actions des grandes entreprises industrielles stabilisé, quand la demande ne sera plus solvable, les produits resteront sur les rayons des distributeurs, ce qui donnera un nouveau tour de roue à la spirale déflationniste. Quelles réponses donnent les dirigeants politiques à cette perspective ? Au lieu de la focalisation sur la crise financière à court terme, quelles sont leurs propositions pour éviter que la récession ne se transforme en grande dépression ? Ne sommes-nous pas, nous citoyens, en droit d’attendre de nos dirigeants élus qu’ils relèvent la tête du guidon, prennent de la hauteur de vue, anticipent les défis de l’avenir et proposent les orientations pour y faire face ? Certains estiment que dans un contexte culturel et ancien de repli du corps social sur l’individualisme, la dépression économique ne donnera lieu qu’à une exacerbation des angoisses individuelles sans effets politiques. C’est un leurre : la révolte de la base républicaine lors de la discussion du 1er plan Paulson résonne comme un écho à toutes les grandes peurs de la dépression de 1929. On peut très valablement estimer que les rêves ou les risques de Grand soir n’ont plus cours. Mais qu’en est-il du populisme ? Il a fait des ravages il y a 70 ans et rien ne dit que sous une forme différente il n’en fasse pas de nouveaux ; ce qui est certain est que les populistes ont le vent en poupe et que ce vent soufflera encore plus fort en leur sens au cours des 12 prochains mois. L’optimisme inhérent à la nature humaine fait que le pire n’est jamais considéré comme crédible jusqu’à ce qu’il arrive faute d’avoir étudié vraiment ses signaux ainsi que l’enseignement des événements historiques. Traiter à bras le corps le problème de la récession d’ores et déjà lancée sur les rails est une exigence démocratique.

E’ di oggi la notizia che confidustria rivede le stime, la recessione è alle porte, si erano sbagliati: Da repubblica.it: “Il pessimismo di Confindustria. Le previsioni dell’associazione degli imprenditori sul pil del 2009, che saranno annunciate ufficialmente lunedì, indicano il segno meno: precisamente, meno 0,5%. “Eravamo stati ottimisti e avevamo indicato un più 0,4 – ha detto – ma dobbiamo rivedere le previsioni al ribasso. L’impatto della crisi finanziaria sull’economia reale è in arrivo e sarà significativo”.  Insomma, confindustria mette le mani avanti: “L’impatto della crisi finanziaria sull’economia reale è in arrivo e sarà significativo”. 

Ma cosa vuol dire che l’impatto sull’economia reale sarà significativo? I giornali nostrani ed i mezzi di informazione non lo dicono, la depressione caspica si è messa a cercare in giro. La speigazione alla domanda la dà un acuto lettore di liberation.fr (versione online di un noto quotidiano francese) in un commento alla notizia della strategia messa a punto dal G7 a Washington (link: http://www.liberation.fr/economie/0102123677-reaction-sur-front-commun-des-pays-les-plus-riches-face-a-la-crise). Traduzione & sunto nel prossimo post.

Il dow jones parte rovinoso, ma poi risale per chiudere a -1.49. Il nasdaq invece chiude in positivo, +0.27%. Insomma, dopo la settimana che è passata non sembre neppure tanto male.

Eppure, repubblica.it titola: Borse a picco in Europa, giù anche Wall Street

Mah. Perché tanto pessimismo? Perché questa logica della paura? Che pillola c’è da mandare giù? Certo, il bailout all’europea. Cioè salvare i  colpevoli di questo scandalo con i soldi dei contribuenti. Come?

Seguendo i consigli del FMI: salvando le banche, nonostante tutto, a qualunque prezzo.

È ora di ricostruire l’architettura finanziaria globale, è il titolo della lettera alzata d’ingegno del direttore del FMI (fonte sole24h)

Per ora, ci anticipa  tre mosse:

1. La Banca centrale deve prevenire la corsa alle banche e agli istituti finanziari. Per farlo, deve rassicurare i correntisti, garantendo che i loro depositi bancari sono sicuri e apportando liquidità agli istituiti finanziari a fronte di una buona garanzia.

(cioè, imbonire le folle, se tutti corrono agli sportelli il castello carta crolla)

2. Secondo, il Tesoro deve estirpare alla radice la causa principale del la corsa al ritiro di fondi, vale a dire la presenza di attivi illiquidi nei bilanci degli istituti finanziari. [etc…]

(gli stati comprino attivi illiquidi, ma se sono illiquidi, vuole dire che non si possono liquidare, quindi robbaccia che non vuole comprare nessuno, che finisce però sul groppone contribuenti)

3. Il sistema finanziario deve essere ricapitalizzato. A questo punto, probabilmente con un aiuto pubblico.

(ancora i soldi dei contribuenti alle banche)

Morale: le finanze pubbliche (cioè lo stato, cioè i cittadini) si devono indebitare (perché la montagna di soldi da mettere sopra questo marciume è incalcolabile), per salvare le banche.

Non per migliorare, ad esempio, sanità, scuola, servizi pubblici, o creare posti di lavoro, ma per salvare chi presta soldi in cambio di garanzie  (esempio: non paghi il mutuo la banca si prende la casa), senza però dare in cambio nessuna di garanzia a chi deposita lì i suoi soldi (cioè la banca deve essere sana, e non indebitata e insolvente, altrimenti chiude bottega). Non solo questo; tali enti privati non si fanno nessuno scrupolo, nessun timore nel truffare risparmiatori ed imprenditori, riflando loro obbligazioni marce (vedi parmalat, etc.), o strumenti finanziari che li faranno solo indebitare e chiudere bottega (altri posti di lavoro persi).

Siccome la coperta è sempre troppo corta, questi soldi da dove verranno presi?

1. Tasse, soldi dei contribuenti

2. Ulteriore indebitamento, un paese alla fame (FMI e banca mondiale daranno di sicuro una mano per poi utilizzare il metodo della riscossione con strozzo, così come hanno fatto con l’Argentina; e siccole il debito italiano già è gigantesco, il paragone è più che mai azzeccato)

3. Privatizzazioni selvagge (cioè tutti i servizi, i pochi rimasti pubblici, svenduti alle multinazionali, per fare cassa, a pochi spiccioli), con conseguente aumento vertiginoso dei prezzi (non esiste un libero mercato, solo monopoli e cartelli), e qualità discutibile (mancando ogni concorrenza). Per chi si fosse dimenticato, basta rivedersi il caso di Acqualatina.

Insomma, nessuno corra agli sportelli, perché c’è da salvar le banche, gli enti caritatevoli che hanno avvelenato l’economia su scala globale, e che ora vogliono l’antidoto a spese di pantalone.

Ma il mercato, non doveva decidere tutto da solo? Se i titoli finanziari vanno giù (trascinando purtroppo tutti gli altri, anche chi è sano), ci sarà pure una ragione. E infatti c’è.

Quindi anche il sole24 ore specula sulle strane mosse intorno ad unicredit:

ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2008/
10/intesa-unicredit-giallo.shtml

Chissà forse è davvero una mossa interna, come pare abbiano speculato ieri sera da santoro (che non ho visto), una mossa nazionale per punire unicredit.

Oppure no. Forse sono i grandi pesci sparsi per il pianeta che si stanno accaparrando per due spiccioli le azioni unicredit.

O forse tutte e due le cose.

Intanto, c’è chi parla di buttare nel cestino le monete nazionali (o quelle sovranazionali come l’euro) per arrivare ad una sola moneta planetaria. Chi lo dice?

Non i soliti complottisti nostrani, ma Cnn. E se lo dice Cnn, allora non è complottismo, siamo alla fine del gioco. E la Cnn ci sta solo abituando all’idea. Sta ammorbidendo l’audience. Guardare per credere:

http://www.youtube.com/watch?v=hD_ZIs4zlDQ&eurl

Quindi non siamo neppure alla frutta, siamo all’ammazzacaffé.

Che la crisi globale (appunto, globale) sia la scusa per arrivare ad un simile abominio, forse non è un caso. Così come non è un caso, che mentre apriva wall street il fondo monetario internazionale abbia lanciato l’allarme: è recessione globale

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2008/10
/Fmi-recessione-globale.shtml

Notare come il direttore generale del FMI (massone che ha ottenuto il posto per aver fatto le scarpe a segolene royale, quando era membro partito socialista francese, ma questa è un’altra storia) abbia rimarcato la necessità di mosse comuni tese al sostegno del sistema finanziario (non alla crescita, non all’economia, ma più soldi alle banche, ancora bailout, alle spese dei contribuenti).

Attenzione, notare inoltre come alla notizia tutti si siano dati al panico. Strano però, mentre tutti invitano alla calma, il fondo monetario internazionale lancia un sasso così.

Non è un caso. Hanno preso la mira, e poi hanno lanciato.

Altro elemento preoccupante è l’uscita di berlusconi sulla chiusura dei mercati (cosa che la russia sta facendo), franceschini dice che avrebbe dovuto seguire l’esempio dei colleghi europei: operare in silenzio. Cosa c’è dietro quest’uscita? 

1. Silviolo ha perso i fagioli dalla sacca, si è fatto uscire qualcosa che non avrebbe dovuto dire, ma che è già deciso, o comunque è un’opzione possibile.

Del resto neppure wall street journal si stupisce della proposta:

http://blogs.wsj.com/economics/2008/10/10/should-global-stock-markets-shut-down-
to-cool-off/

Chiudere i mercati, e poi? Per quale ragione? Per lasciare il cerino in mano a chi?

2. Silviolo non ha perso nessun fagiolo, insomma non si è fatto scappare nulla, l’ha solo fatto apposta, così lunedì ci sarà l’ulteriore corsa del panico, quindi ancora più crisi, quindi accelerazione della crisi, corsa all avendita, corsa al panico.

Ancora sul sistema finanziario, ancora le parole dell’ennesimo disgraziato che parla di fuffa per prendere per il culo la gente: sempre dal sole24 “Italia, l’Fmi non crede che, «nelle attuali circostanze – ha detto l’economista Jorg Decressin – esista lo spazio per usare la politica di bilancio in funzione di stimolo all’economia. E, nella misura in cui si rendano disponibili risorse fiscali, sarebbe meglio utilizzarle per sostenere il settore finanziario, se e quando sarà necessario. Anche se l’esigenza di usare questi fondi non sembra essere una questione di grande attualità in Italia, per il momento».”

Ancora soldi alle banche, non all’economia reale. Ma se servisse altro c’è sempre la banca mondiale ed il FMI, ci sono sempre i debiti, cioè  c’è sempre spazio per fare la fine dell’Argentina.

E poi, tutte le maggiori banche centrali, a fare il taglio di mezzo punto lo stesso giorno la stessa ora; e poi, tutti i compagnoni del G7 che volano a Washington per decidere dei destini del mondo (anche la location non è casuale).

Ci sono tutti gli estremi per tornare sulle montagne.

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